Mar 18 2009
Il tarlo
La visita che abbiamo fatto a Korogocho mi ha lasciato dentro un’inquietudine. Dopo due mesi e passa non mi sento tranquillo.
L’idea di camminare su una collina fatta di rifiuti, per cominciare, ho fatto fatica ad accettarla. Che qualcuno potesse vivere su una montagna di mondezza proprio non riuscivo a mandarla giù.
Poi mi è rimasto negli occhi il panorama che si è presentato quando ci siamo affacciati dalle gradinate della chiesa all’aperto sulla discarica.
Come in altre occasioni il panorama mi ha richiamato l’idea dell’inferno che mi immagino debba somigliare parecchio a quel posto: una intera valle di rifiuti, incendi un po’ dappertutto, fumo e vapore di sa il cielo cosa. E gente che vaga tra il fumo e i rifiuti (”i dannati”, ho pensato poi). E del resto, mi pare di ricordare, nella lingua kikuyu Korogocho significa “caos”.
Quando siamo arrivati il vento spirava da noi verso la discarica: “Meno male !” mi sono detto. Poi è girato …
Ma la cosa che più mi è rimasta in testa è una frase pronunciata da Padre Paolo, il comboniano che vive e lavora a Korogocho.
Uno di noi gli ha chiesto: “Adesso torniamo a casa in Italia, cosa possiamo fare ?”
E lui ha risposto: “Fate in modo che quanto avete visto a korogocho non accada anche nelle vostre città”.
L’ho guardato strano e gli ho chiesto: “Ma come, tu pensi che possa accadere da noi quanto vediamo qui ?” E ho avuto subito la sensazione di non avere capito bene.
Abbiamo discusso insieme sul significato di quelle parole.
Ci è sembrato che Padre Paolo volesse dirci questo.
Korogocho è uno sconvolgente esempio di ingiustizia.
Ci sono uomini che si vestono, si nutrono, vivono dei rifiuti di altri uomini.
Ci sono, non molto lontano da lì, case in cui il superfluo è quasi nauseabondo e l’opulenza è fastidiosa a vedersi. Gli scarti di queste case sono l’unica risorsa per molti che vivono a Korogoho.
Forse alla periferia delle nostre città non ci saranno nell’immediato futuro scene come quelle che abbiamo visto dalla collina di Korogocho.
Tuttavia anche qui da noi l’ingiustizia nella distribuzione dei beni sta avanzando e sono ormai tanti quelli che vivono “ai margini e degli scarti”. Questo è tollerato, ci stiamo facendo l’abitudine.
Ci sono luoghi qui da noi in cui la miseria e il degrado stanno diventando comparabili a quelli che abbiamo visto negli slum di Nairobi. E questo non è un problema, salvo per chi ci vive.
Infine ci siamo noi che ,nel nostro piccolo, viviamo come ai tempi del diluvio: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito, fino a quando Noè entrò nell`arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti”.
Il grido d’allarme di Padre Paolo mi ha colpito e non mi lascia in pace. Lui conosce in profondità i meccanismi dell’ingiustizia, e se ci ha indicato questa attenzione non credo abbia pescato le parole a caso.
Non ho alcuna idea di cosa fare.
Intanto vorrei raccontare quello che ho visto e sentito.
E poi, anche se non so come vorrei evitare due rischi.
Il primo è quello di diventare uno di quelli che vivono degli scarti degli altri
Il secondo, quello più pericoloso e incombente, di essere così folle e incrostato di superfluo da non accorgermi di chi rovista negli scarti del mio lusso per vivere.
