Mar 17 2009

“Principessa Jane” di Renato Kizito Sesana

Tag:del.daniele @ 11:05

Avrebbe potuto essere una modella. Ma ha scelto di formare una famiglia particolare, “estesa” all’africana, trasfigurata dalla visione cristiana.

Jane era una ragazza keniana dolce e bella. Così bella che anche le altre donne lo riconoscevano; non era raro sentire le persone che visitavano la nostra comunità dire: “Jane ha la bellezza e il portamento di una principessa. Perché non fa la modella?”.

Ma a Jane non interessava fare la modella. Quando, nel 1998, a Nairobi abbiamo cominciato come comunità a pensare a una casa dove ospitare le ex bambine di strada, Jane e il marito Mike, che già avevano una loro figlia di pochi mesi, sono stati i primi ad offrirsi ad adottarle.

Jane, che aveva fatto una scuola per segretaria, per prepararsi al nuovo impegno fece per alcuni mesi la volontaria a Rescue Dada, l’associazione della diocesi di Nairobi che si impegna nella riabilitazione delle prostitute e delle loro figlie.

Nell’agosto del 1999 Rescue Dada aveva identificato le 16 bambine nella situazione più difficile, quelle più a rischio d’essere assorbite definitivamente nel giro della prostituzione, che dovevano essere immediatamente rimosse dalla strada e dalla struttura temporanea gestita dalla stessa Rescue Dada. Jane e Mike, Lea e Patrick erano pronti ad accogliere nella Casa di Anita, tre casette unifamiliari che avevano costruito sulle colline di Ngong, appena fuori Nairobi.

Quando Jane è andata a prendere le “sue” figlie era accompagnata da una coppia di volontari italiani, che così ricorda quel momento. “Le bambine di Rescue Dada erano dilaniate tra l’entusiasmo per la nuova avventura e la tristezza di dover abbandonare il luogo che le aveva ospitate già per qualche settimana. Jane mascherava la trepidazione del momento controllando che le bambine avessero raccolto le proprie poche cose e rincuorando le più timorose. Abbracci, strette di mano, sorrisi, qualche lacrima; Jane aveva un sorriso dolce e una parola per tutti. Al momento della partenza, a chi le faceva notare che per le bambine iniziava una nuova vita, Jane rispose: “Sì, ma anche per me e la mia famiglia è una nuova vita. Prendersi la responsabilità di queste bimbe è un impegno grande, ma una gioia ancor più grande. Sono grata a Dio per avermi condotto per mano a questo momento, Lui continuerà a guidarci”. La bambine si abbandonarono subito alla forza tranquilla che traspirava da Jane. Quando il viaggio in auto di meno di un’ora terminò e il cancello della Casa di Anita si aprì, Jane non era più solo la mamma di Micelle, era già diventata la mamma di altre otto bambine.

Poche settimane dopo, intorno ad un grande tavolo, era presente tutta la famiglia di Jane quando raccontai di aver incontrato Paolino, un bambino nuba che desiderava studiare. Ma sui monti Nuba le scuole non esistevano… Jane diede un’occhiata a Mike e si intesero al volo, poi disse timidamente ma con fermezza: “Non c’è problema, in una famiglia con nove bambini c’è posto anche per un decimo. Fai venire Paolino a stare con noi”. E anche Paolino, poche settimane dopo, trovò in Jane una nuova mamma.

Lo scorso anno Jane fu invitata a Milano dal Centro missionario di quella diocesi e raccontò in molte occasioni la storia della sua grande famiglia, le sue fatiche, soprattutto la sua grande gioia per una maternità così fuori dal comune. Una sera, durante un incontro con una comunità di famiglie, qualcuno le chiese da dove le veniva la forza per un impegno così assorbente. Lei rispose con semplicità che due erano le radici che la nutrivano: la grande radice della tradizione africana di comunità, la famiglia estesa, di accoglienza e rispetto per la vita e per i bambini, e la radice nuova dell’insegnamento di Gesù di amore verso tutti , particolarmente per i piccoli e indifesi. La sua famiglia era quindi una “famiglia estesa” all’africana , trasfigurata dalla visione cristiana.

Jane era anche responsabile di tutte le attività della Casa di Anita, dove un’ altra famiglia, quella di Jennifer e Timothy, si era successivamente aggiunta alle altre.

La settimana scorsa le tre famiglie della Casa di Anita erano strette intorno alla bara di Jane, nel grande cortile che in questi anni le aveva viste così spesso unite nella gioia e scatenate al suono dei tamburi durante le feste. Un ictus l’ha portata via, ad appena trent’anni. Le sue figlie, ormai ragazzine, strette intorno a Mike, avevano tutto il dolore del mondo negli occhi. Perché la mamma se n’è andata? Mike consolava dicendo “anch’ io non capisco, ma – come Jane diceva sempre – il Signore ci guida, non dobbiamo avere paura”.

(articolo del 01.06.2002 tratto dal sito www.nigrizia.it )

Che cos’è “La Casa di Anita”?

La Casa di Anita nasce in memoria di Anita Pavesi, giudice onorario del Tribunale dei Minori di Milano, scomparsa nel 1998 dopo oltre vent’anni di straordinario impegno sociale e umanissimo impegno a favore di persone e famiglie in grave difficoltà.

La Casa di Anita è un progetto raro per due ragioni.

La prima è che i responsabili del progetto sono donne.

La seconda è che tre famiglie keniane hanno deciso di accogliere in casa loro, accanto ai loro figli e alle loro figlie, bambine di strada provenienti dai quartieri poveri della città di Nairobi.

La maggior parte delle bambine sono orfane e vittime del turismo sessuale. Alcune di loro sono letteralmente nate sui marciapiedi, altre a soli 12 anni sono madri. L’età delle bambine accolte va dai 4 ai 13 anni.

Sono ospitati, inoltre 3 bambini nuba con età compresa tra i 6 e i 15 anni fuggiti dalla guerra sulle montagne Nuba. Due di loro hanno vissuto la terribile esperienza della schiavitù.

La Casa di Anita si trova sulle verdi colline di N’Gong, è stato scelto questo luogo per allontanare il più possibile le bambine dal degrado dei quartieri poveri di Nairobi.

Tutte le bambine frequentano la vicina scuola elementare, collaborano al buon andamento della casa partecipano con i grandi a varie attività come artigianato, teatro e tutto ciò che riguarda l’economia domestica.

E’ attivo un pollaio di galline ovaiole, delle arnie di api che producono ottimo miele e un orto coltivato dalle famiglie con l’aiuto delle bambine: i prodotti di queste attività, oltre a servire per il sostentamento delle piccole ospiti della casa, sono venduti sul mercato locale per contribuire al bilancio di gestione della casa.

Il 18 agosto 2006 è stata inaugurata la nuova struttura per ragazze adolescenti, con un laboratorio di sartoria e una scuola di informatica professionale.

Lascia una risposta