Dic 29 2008

Alcune immagini di Kibera

Tag:ger.alberto @ 22:11

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Dic 29 2008

Cosa s’ impara visitando l’ Africa?

Tag:Tag ger.alberto @ 19:04

Cosa s’ impara visitando l’ Africa? Niente, se si visita solo l’Africa dei grandi alberghi in riva al mare o dei parchi naturali. Molto se si cerca di condividere anche per pochi giorni la vita della gente, soprattutto dei piu’ poveri, se si visita Kibera e ci si siede con la gente a mangiare un piatto di chapati e sukuma wiki seduti su sgabelli inventati intorno ad un tavolino traballante .
La cosa piu’ importante che s’ impara e’, a mio parere, che le condizioni materiali di vita possono essere superate dalla forza e dalla grandezza dello spirito umano. In situazioni di degrado materiale che potrebbero cancellare ogni senso di dignita’, in posti come Kibera dove l’ immondizia, il fango, l’ odore nauseabondo del putridume vorrebbero umiliare la persona che e’ costretta a viverci in mezzo, si incontrano invece anche persone che ti stupiscono per la loro forza interiore, per come guardano positivamente alla vita, per l’ amore e la tenerezza che traspare dai loro sguardi e dai loro gesti.
E’ il trionfo delle spirito umano, e la prova piu’ evidente che un tutti noi umani c’e’ una scintilla di divino che non si spegne mai.
A chi una volta mi ha chiesto “ma come puoi credere che Dio esista di fronte a questa miseria e sofferenza?” mi e’ venuto spontaneo di ritorcere “va’ incontro a queste persone che vivono nella spazzatura, parla con loro, e crederai non solo nell’esistenza di Dio, ma addirittura nella Sua attiva, amorosa presenza. Tu ti lasci accecare dalla miseria perche’ ti sei abituato a vedere e apprezzare solo le cose materiali. Il riconoscere qui la presenza dello Spirito di Dio non e’ una scusa per esonerarci dalla condivisione, ma uno stimolo ulteriore per impegnarci al loro fianco nel superare insieme la miseria e le ingiustizie.”
Credo che gli amici di “Natale a Nairobi” questo lo abbiano ben capito.

Padre Kizito Sezana

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Dic 28 2008

Lettere a Nicola (Balducci)

Tag:ger.alberto @ 20:23

Caro Nicola,
Cercheremo di riassumere brevemente cosa e’ stata per noi questa “vacanza” fino adesso per farti capire cosa ti sei perso. In effetti, una vacanza un po’ strana…diversa dalle solite vacanze fatte con lo stampino. L’africa e’ un posto stupendo che ti riempie di emozioni, sentimenti, gioie, (non dimentichiamo) anche dolori o comunque di esperienze che aiutano a crescere.
Qua nella casa di tone la magi soprannominata anche tone la magna (lasciamo immaginare a voi il senso) abbiamo avuto tempo per riflettere. La prima riflessione viene del significato della parola tone la magi che in swahili significa goccia d’acqua. Un nome non troppo azzeccato in quanto non abbiamo neanche l’acqua per far funzionare lo sciacquone. Bando alle ciance… ancora non capiamo come sia possibile una schizofrenia tale da far sembrare due mondi diversi Nairobi e la sua periferia. Dal primo giorno abbiamo incontrato diversi problemi di relazione. Poi, pero’ ogni giorno che passava, siamo riusciti a legarci sempre di piu’ e ci sembra una pazzia dover mollare tutto adesso che si stava costruendo un rapporto. Ci tenevano molto a farci conoscere le loro tradizioni. Pensiamo che la cosa piu’ bella sia stata la visita al fiume. Qui ci hanno narrato le loro principali usanze: la piu’ importante e’ che appena arrivati dalla strada si immergono nel fiume per lasciarsi alle spalle tutta la vita passata e iniziarne una nuova. Poi ci hanno fatto conoscere i loro canti:
ci sono rimasti impressi soprattutto jambo (una canzone di benvenuto) e nasadiki ( una canzone che viene cantata in segno di devozione al signore e sostituisce il credo nelle messe). In compenso noi abbiamo portato un po’ della nostra cultura cantando con loro 2 canzoni che conoscevano (bella ciao, ci son 2 coccodrilli) e insegnandoli nuovi canti. E’ stata bello vedere come ragazzi anche di 24 anni si possano divertire a giocare a tombola e quanto possano essere felici quando ricevono in premio 2 caramelle e qualche penna. A presto.

Francesco Gerini e Marta Valentini

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Caro Nicola, in questo posto c’e’ una signora che si chiama Mary che in poche parole e’ a capo di questa parte del progetto iniziato da padre Kizito. Questa signora aiuta tutti i ragazzi e fa in modo che diventino responsabili di loro stessi e che imparino l’educazione, questi ragazzi cucinano e fanno tutto il possibile. Una cosa che pero’ devono imparare e’ cucinare bene perché la prima sera abbiamo mangiato con loro e siamo rimasti scioccati.

Pietro Balducci (Francesco e Marta sono d’accordo)


Dic 28 2008

Metti un pomeriggio a Kibera

Tag:cas.maurizio @ 7:22

Dopo pranzo, mentre sto animatamente giocando con alcuni bambini nel cortile del Kivuli Centre, Padre Kizito si avvicina e mi chiede se sono disponibile ad andare nello slum di Kibera presso il Drop in “Casa di Paolo”, perché oggi c’è una festa in strada e vuole assolutamente consegnare del vestiario ai ragazzi di strada in occasione della Festa del Natale. Rispondo subito di sì e insieme a Barbara, Francesca, Elena e Luciano, dopo aver rapidamente selezionato degli indumenti da portare, saliamo nella macchina di Kizito, guidata da David.
Dopo circa 20 minuti di auto arriviamo a Kibera, la più grande baraccopoli d’Africa.

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La prima impressione è fortissima. Un vero pugno nello stomaco.

Davanti al drop in circa 100/120 ragazzi e bambini di strada, alcuni molto piccoli, e circa 10 giovani ragazze di strada con bambini piccolissimi portati in braccio o sulla schiena con un foulard. Tutti sono vestiti di poveri stracci, logori e sporchi, con scarpe bucate e rotte, altri addirittura scalzi. In mano a molti la tipica bottiglietta con colla da falegname da sniffare, alcuni con uno straccio in bocca intriso di kerosene. Gli occhi spenti, semi chiusi, come di chi ha deciso di spegnere la vita. Hanno appena finito di mangiare del riso che Jak responsabile del centro ha cucinato per loro. Entriamo tutti al Drop in. All’interno della stanza l’aria si fa subito intrisa di un odore intenso e acre di colla, quasi irrespirabile. Jak dopo un breve discorso inizia con l’aiuto di Barbara ed Elena la distribuzione degli indumenti (magliette, capellini e qualche pantalone) contenendo a fatica l’irruenza e le proteste dei ragazzi di strada perché il bisogno è tanto e la consegna misera. Ma Jak dimostra di aver in pugno la situazione e sa mescolare fortezza a dolcezza in modo sapiente. Terminata la distribuzione ci rechiamo nella parte posteriore dell’edificio dove ha sede la comunità per bambini di strada Mdugu Mdogo (Piccolo fratello). Qui conosciamo i 25 ragazzi che stanno terminando il loro percorso di riscatto dalla strada durato circa undici mesi. Sono pronti per ritornare nelle loro famiglie, laddove queste esistono e sono in grado di accudirli (spesso zie o nonne), oppure per entrare nelle comunità di Kivuli Centre, Tone la Maji, Mdugu Mdogo. Dopo le presentazioni ci rechiamo in strada per un gioco che in segno di amicizia e di benvenuto hanno preparato per noi.

Il ritorno in auto è silenzioso.
Ognuno di noi è immerso nei propri pensieri per questa esperienza di incontro con la durissima e triste realtà dei ragazzi di strada, ma insieme con la speranza, i sorrisi e la festa dei ragazzi di Mdugu Mdogo di Kibera che hanno iniziato il loro riscatto dalla strada.


Dic 28 2008

Buon compleanno Sabrina

Tag:cas.maurizio @ 7:08

I miei 15 anni festeggiati al suono dei tamburi con un maestro percussionista d’eccezione:il nostro amico Job.
Questa parte di Africa che ho conosciuto fin’ora è dura, veramente dura, ma è bello essere qui.
Qui ho dovuto riconsiderare l’idea che avevo della povertà e dei poveri.
Sto conoscendo molti amici. Sono contenta.
Sabrina

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Dic 27 2008

Camminando si apre ….

Tag:ger.alberto @ 22:24

Che dire? Forse parole gia’ scritte. Suscitate da sentimenti gia’ provati. Nate da immagini gia’ viste tante e tante volte da altri occhi. Per molti di noi e’ il primo impatto con la poverta’ della maggior parte degli uomini della terra e quindi le emozioni del viaggio e di cio’ che contiene si mescolano. Passano i giorni e si sedimentano le sensazioni.
La luna rovesciata, lo smog soffocante di Nairobi, i profumi delle piante che crescono esuberanti appena la natura trova il suo spazio, gli alberi che raggiungono altezze possenti, i colori dei fiori ed i loro profumi sono le prime cose che si fissano nella mente. Poi la quotidianita’ ci permette di abbassare lo sguardo verso la realta’ umana intorno a noi. Penso che quello che vediamo in questi giorni sia una cosa che tante altre situazioni vivono. La difficolta’ cioe’ di aiutare a diventare protagonisti del proprio riscatto gli ultimi. Intorno a noi molti istituti, scuole, project come li chiamano qui. Ma al di fuori di questi, la precarieta’ degrada facilmente verso la miseria.
Quando e come quindi questi paesi troveranno il “loro sviluppo”? La sensazione quindi e’ dolorosa e di impotenza. Gli slum sono a chiazza di leopardo intorno a noi ma possiamo affacciarci dalla finestra per vedere ville sontuose tra le quali quella del vice presidente.
Tone La Maji e’ la nostra piccola lente di osservazione. La donazione di un imprenditore italiano. Speranza e disperazione trovano un punto di incontro.
Questa realta’, per noi difficile da vivere e da capire, ha pero’ oggi per noi dei volti e frammenti di qualche storia.
La tentazione di giudicare tutto quello che vediamo e’ fortissima. La consapevolezza della parzialita’ del nostro sguardo ci suggerisce un atteggiamento piu’ umile.
Andiamo a dormire. Buonanotte da Tone La Maji

P.S.: Da 24 ore siamo senza acqua. Per noi una prova durissima.

Marco Balducci


Dic 27 2008

Nairobi, un anno dopo …

Tag:cas.maurizio @ 17:59

“A year later”. Così titola la prima pagina di oggi il Saturday Nation in Kenya. Sotto il titolo, affiancate, le due foto di Raila e Kibaki. Un anno fa come oggi infatti si svolgevano qui in Kenya le elezioni presidenziali e politiche che vedevano il confronto fra Raila Odinga, rappresentate luo che sfidava Mwai Kibaki presidente in carica di etnia kikuyu.
Quelle stesse elezioni nei giorni di fine dicembre avrebbero scatenato quell’ondata feroce di scontri e violenze che per alcuni mesi hanno insanguinato il paese. Scontri iniziati già prima della comunicazione dei risultati, quando si susseguirono voci di brogli e anticipazioni sulla vincita poi confermata del presidente uscente.
Un anno dopo il conflitto e le violenze sembrano molto lontani. Oggi i due contendenti sono l’uno Presidente, Kibaki, l’altro, Raila, Primo Ministro del Governo. Un esecutivo perfettamente fra le diverse etnie con un equilibrio degno del migliore manuale “Cencelli”. Tutto sembra tenere anche se la situazione economica del paese è in crisi. Alto il prezzo delle farine, scarsa la distribuzione della benzina, invariata la situazione dei più poveri che vivono negli slums. Tuttavia gli scontri rimangono – per fortuna – solo un ricordo.
Job vive a Kivuli, casa di accoglienza, per bambini e ragazzi di strada, della comunità di Koinonia, l’organizzazione di padre Kizito Sesana che da oltre vent’anni si occupa degli street children di Nairobi. È un ragazzo cresciuto oggi, ha studiato, è uno dei più grandi e responsabili di Kivuli. Ha le idee chiare rispetto a quello che è successo un anno fa e perché. Oggi – dice – non potrebbe succedere più. Perché? Ma perché la gente ha capito che la violenza e gli scontri non giovano a nessuno. I politici un anno fa hanno usato le identità etniche per alimentare gli scontri, oggi questo non potrebbe accadere di nuovo. Non solo perché oggi i due principali contendenti sono uno Presidente e l’altro Primo Ministro, ma anche e soprattutto perché la gente non è stupida e ha capito che è molto meglio cercare di costruire insieme piuttosto che fomentare separazione e violenza.
Job è un luya-kikuyu, più kikuyu perché tribù del padre, ma ci tiene a sottolineare che si sente più kenyano che kikuyu e che l’identità tribale, per quanto importante e forte nella tradizione, oggi viene dopo l’identità nazionale, o almeno è necessario che sia così.
E le ferite degli scontri? E tutti coloro che le violenze le hanno vissute sulla pelle e nelle proprie famiglie? Forgive and forget! This is the way. Perdonare e dimenticare! Questa è la strada. Anche su questo Job ha le idee molto chiare.
Qui a Kivuli i ragazzi e i bambini accolti sono di molte etnie diverse delle 42 che sono presenti in Kenya. Ognuna delle 42 tribù ha una propria lingua, la lingua è la principale chiave identitaria della tribù. Ma la lingua parlata in tutto il Kenya è lo swahili. Per Job bisogna partire da questo, dallo swahili per costruire quell’identità nazionale che possa superare le divisioni. Così com’è stato all’indomani dell’indipendenza dal Regno Unito avvenuta nel 1963 con il primo Presidente Jomo Keniatta. Lo swahili era la lingua dell’identità nazionale, per quanto sia una lingua relativamente recente, nata all’inizio del secolo scorso per motivi principalmente commerciali e fondendo insieme le lingue locali con il portoghese, l’arabo e l’inglese.
Nei primi giorni di gennaio di un anno fa, pochi giorni dopo l’inizio degli scontri, i ragazzi di Kivuli delle diverse etnie comprese le due principalmente coinvolte nel conflitto – luo e kikuyu – hanno manifestato per la pace con uno spettacolo acrobatico presso la Shalom House, altro centro gestito dalla Koinonia Community e sostenuto insieme alle case di accoglienza dei bambini e delle bambine di strada dall’associazione italiana Amani, parola che in swahili significa pace.

Francesco Cavalli


Dic 27 2008

Melting Pot - Buon Compleanno Francesco

Tag:ger.alberto @ 11:09

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Dic 27 2008

Natività a Tone La Maji

Tag:ger.alberto @ 10:46

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Dic 27 2008

Orgoglioso di essere Nuba

Tag:Tag cas.maurizio @ 8:22

Oggi (26/12) accompagnati da alcuni ragazzi del Kivuli Centre siamo andati a piedi attraverso il quartiere di Riruta a Kabiria, dove ha sede il centro Kivuli Ndogo (piccolo Kivuli), nato nel 1985, il primo aperto da Padre Kizito.
E’ un Drop in, in pratica un centro diurno.

Qui abbiamo incontrato alcuni giovani Nuba, provenienti dai Monti Nuba (Sudan).
I Nuba sono un mito che si rifiuta di morire.

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I guerrieri ed i lottatori Nuba non sono più quelli delle foto di George Rodgers e di Leni Riefenstahl. Non si dipingono più il corpo con le figure geometriche, non tutti hanno il fisico del vincitore, ma continuano a lottare, impegnati nella difesa della loro dignità di persone umane contro un regime, quello sudanese, che vuole annientarli. Le montagne Nuba coprono un’area di circa 50.000 kmq quasi esattamente nel centro geografico del Sudan, il paese che, con oltre due milioni e mezzo di kmq, è il più grande dell’Africa.

E’ un’area collinosa, mediamente 500 metri s.l.m., da cui si elevano montagne, 99 secondo la leggenda locale, che raggiungono anche i 1500 metri., con pareti scoscese e con altipiani sulla sommità. Sono delle fortezze naturali, e pochi uomini armati possono difendere con facilità sentieri che si inerpicano ripidissimi fra le rocce. Sulle montagne Nuba, si sono arroccati nel corso dei secoli gli schiavi fuggiti dalle carovane che dal cuore dell’Africa portavano la loro mercanzia umana verso il mondo arabo. Fra i Nuba si distinguono oltre cinquanta gruppi etnici, ognuno con un nome particolare, lingua, cultura e tradizioni diverse. Eppure questa grande varietà culturale all’interno di un gruppo umano che raggiunge i due milioni di persone, non ostacola il senso di una comune identità. Alla domanda “ A che gruppo appartieni?” la risposta non sarà mai “sono un Tira, o un Otoro, o Tullishi, o Moro, o Miri” ma un orgoglioso “Io sono Nuba”.
Paradossalmente l’identità Nuba è nata dall’oppressione che costituisce la fondamentale esperienza storica di questo popolo. Nuba è una parola che non esiste in nessuna lingua locale, ma è stata usata per secoli in Egitto e nel Nord Sudan per definire le genti nere, considerate potenziali schiavi.
Oggi i NUba sono nell’occhio del ciclone. Il governo di Khartoum è deciso se non ad eliminare fisicamente tutti i Nuba, per lo meno a distruggere la loro identità culturale per farne docili lavoratori nelle piantagioni di zucchero o domestici per le famiglie benestanti di Khartoum. I villaggi Nuba sono razziati, i raccolti distrutti, la gente ammassata nei “campi della pace” e le donne assegnate come concubine ai soldati della milizia islamica. Quali le ragioni di queste metodiche e feroci operazioni?
Le terre dei Nuba sono le più fertili del Sudan, escludendo solo le sponde del Nilo, e alcuni dei gruppi etnici Nuba sono tra i migliori agricoltori dell’Africa. Basta vedere le falde delle montagne Lomon accuratamente terrazzate, dove in piena stagione secca, crescono rigogliosi pomodori, cipolle e tabacco, irrigati a mano dai contadini che pazientemente attingono acqua a due tre metri di profondità usando gusci di zucca essiccati, per rendersi conto di questa verità. A questa disputa di natura prettamente economica il governo diede una copertura religiosa, culminata nel 1992 con la proclamazione della Jihad, guerra santa, contro “i ribelli infedeli, nemici della religione e della nazione”. Oggi Questo scontro ha assunto le dimensioni di un vero genocidio, un genocidio taciuto dai media, che procede con l’annientamento della loro identità culturale e con la trasformazione genetica.

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Nei “campi della pace” i bambini Nuba vengono separati dalla famiglia ed istruiti nel musulmanesimo più fondamentalista per fare la guerra santa contro i loro connazionali, e le donne vengono sistematicamente violentate, così che la prossima generazione sia anche geneticamente più araba che Nuba. Per questo Abdul, giovane Nuba, ospitato da anni al Kivuli Mdogo, ci dichiara con orgoglio e determinazione davvero inaspettati da un giovane di circa 18 anni, che al termine del percorso di studi superiore vuole ritornare dal suo popolo per contribuire al processo di indipendenza che non solo auspica, ma per il quale dichiara di volersi impegnare concretamente.


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